Ripensando Belgrado
21 febbraio e oltre. Devo confessare che in questo periodo leggo sempre con il cuore in gola le notizie provenienti dalla Serbia. Il paese traballa, sbanda, cerca di tenersi in piedi, ma non si capisce dove possa andare. Pur vivendo in questo momento a Sarajevo, ho un legame affettivo molto forte con Belgrado, dove ho vissuto per un periodo della mia vita, dove torno spesso, e dove ho avuto e ho tuttora diversi importanti affetti. Ho sofferto molto vedendo l’ingloriosa manifestazione del 21 febbraio, la citta’ messa a ferro e fuoco, gli slogan e la simbologia ultranazionalisti. Ho parlato con diversi amici serbi il giorno successivo; avevano opinioni diverse, qualcuno mi ha detto di sentire un profondo senso di ingiustizia e impotenza per l’appoggio alla proclamazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo da parte della comunita’ internazionale, qualcuno mi ha detto che la stessa proclamazione e’ stata un’operazione ormai necessaria, come l’estrazione di un dente ormai marcio.
Tutti pero’ sono stati concordi nell’affermare una cosa: che l’atmosfera e i toni della politica e dei media ricordano come dentro un incubo gli anni di Milošević. E che il mattino successivo alla manifestazione la capitale si sia svegliata avvolta in una calma irreale. Una settimana dopo la manifestazione in questione sono approdata in una Belgrado estremamente tranquilla, punteggiata da proiezioni cinematografiche, nel weekend finale della 36° edizione del festival di cinema Fest. I segni degli eventi recenti comunque non mancavano. La scritta „Kosovo je Srbija“ campeggiava ancora su molti muri e su molte vetrine dei negozi – anche se in quest’ultimo caso e’ difficile giudicare quanto i cartelli fossero dovuti a un reale attaccamento alla „culla della religione ortodossa“ da parte dei commercianti e quanto alla paura per l’incolumita’ dei propri vetri. L’ambasciata americana e quella croata sono chiuse, bruciate e presidiate (ora!) da poliziotti in assetto antisommossa. Su alcuni giornali le polemiche imperversano sulle responsabilita’ per le violenze, i saccheggi e la mancanza di sicurezza, anche se le responsabilita’ di una parte del governo appaiono talmente palesi da non avere bisogno di essere discusse. La manifestazione ha portato alla luce una comunanza di interessi fino ad allora latente ma non ancora esplicita, quella tra i DSS di Kostunica e il partito radicale di Nikolić. Proprio in questi giorni la spaccatura e’ ritornata alla luce nella sua consistenza con l’appoggio dei DSS a una risoluzione proposta dai radicali la quale afferma che solo una Serbia unita, comprendente il Kosovo, potra’ mai entrare nell’Unione europea; cio’ ha provocato la caduta del governo che portera’, probabilmente a maggio, a nuove elezioni.
Paradossi e affini. Forse paradossalmente questo coming out e il grande show di un happening ultranazionalista hanno agito come uno shock positivo sulla citta’. Molte persone hanno provato vergogna per quello che e’ accaduto e hanno iniziato a farsi delle domande. In un certo senso si puo’ dire che le violenze del 21 febbraio abbiano spaccato un fronte di unita’ nazionale che aveva caratterizzato i giorni successivi al 17. La Serbia di oggi mi e’ sembrata profondamente divisa, tra coloro che vogliono un cammino un europeo e coloro che vi si oppongono. L’indignazione contro l’indipendenza del Kosovo e’ trasversale a questi due settori e basta dare un’occhiata ai risultati delle elezioni di gennaio per accorgersene. In essa tuttavia vi sono diverse gradazioni e diversi elementi. Vi e’ innanzitutto il nazionalismo, il richiamo alle tradizioni e alla storia del popolo serbo e della religione ortodossa. Vi e’ poi il senso di impotenza per l’amputazione di una parte del proprio territorio, in contrasto con i principi del diritto internazionale. Vi e’ la strumentalizzazione operata dalla politica. Vi sono i messaggi sciovinisti degli ultranazionalisti. Vi e’ lo spettro di un’ulteriore divisione di quella che un tempo e’ stata la Jugoslavia. Vi e’ la frustrazione nei confronti della „fortezza Europa“. Credere che tutti coloro che in Serbia si oppongono all’indipendenza del Kosovo abbiano una posizione comune sarebbe una semplificazione che non aiuta a comprendere. C’e’ la strumentalizzazione politica, ma esiste anche un rapporto affettivo-culturale che non si puo’ negare ed e’ un dato di fatto. Personalmente mi e’ difficile comprenderlo ma ne registro la presenza. La mia impressione e’ che con la proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo gli Stati Uniti e la maggior parte dell’Europa a ruota abbiano fatto agli ultranazionalisti serbi il regalo piu’ bello che avrebbero potuto aspettarsi. Una nuova frustrazione, il nuovo sentore di un’aggressione internazionale contro la Serbia e la serbita’. Il mito della nazione martire. Il mito della nazione che ha sempre combattuto anche le cause ormai perse, a costo di sacrificare i suoi uomini. Nuova materia su cui soffiare sul fuoco. Partiti come i radicali (ma direi non solo loro) non possiedono un vero e proprio programma, parlano di giustizia sociale ma senza alcuna proposta concreta e possono vivere e prosperare solo in una situazione di tensione. Questa e’ purtroppo la Serbia del 2008. La caduta del governo non e’ che l’ultimo passo in questa direzione.
Europa, visti, globtrotters. Ma d’altro canto, e molto piu’ di quanti pensi chi non vi e’ mai stato, Belgrado e’ anche una citta’ dal background molto europeo. Piu’ vivace, piu’ culturalmente aperta, piu’ cosmopolita di molte altre citta’ europee. Per alcuni versi e’ terribilmente europea per trovarsi „al di fuori“. Una citta’ che anela all’apertura, ma che allo stesso tempo ha una forte dignita’ di se’ stessa e sa di avere qualcosa da dare e trasmettere all’esterno. Tuttavia in questo momento sono i settori che credono nell’Europa e in una societa’ diversa a trovarsi in difficolta’ e in minoranza. Le scelte della comunita’ internazionale, la violazione della sovranita’ territoriale serba, non hanno giocato a loro favore, ma a favore dei loro avversari.
Mi trovai a parlare un paio d’anni orsono con il giornalista Dragan Petrović. Petrović era stato un oppositore del regime e per tale motivo aveva perso il lavoro nella tv di Stato. Aveva successivamente partecipato alle manifestazioni contro Milošević e nel 1999, come corrispondente per Radio Popolare, aveva cercato di spiegare agli ascoltatori italiani come le bombe su Belgrado erano in realta’ bombe sui settori piu’ aperti della societa’ civile, che, dichiarandosi filo-occidentali, si trovavano in una posizione assai scomoda. E aggiunse che il „virus di Slobo“ aveva prosperato grazie a una situazione di isolamento mentre non avrebbe potuto farlo in un’Europa aperta in cui soffiavano venti di democrazia.
L’Europa purtoppo e’ ancora chiusa verso la Serbia, come verso molti altri paesi dei Balcani. Chiusa dai visti, chiusa dalla non conoscenza, chiusa dalla mancanza di scambi. Chiusa nelle sue ambasciate, con code infinite davanti alle loro entrate e con pratiche spesso umilianti. Anche questa e’ frustrazione. Anche questo e’ combustibile.
A Belgrado sono stata a bere un caffe’ in un club a pochi passi dal Teatro nazionale. Si tratta di una sorta di cantina resa luminosa da un paio di finestroni aperti nel soffitto, arredata in stile quanto meno curioso con cimeli, oggetti, piante, accomunati da una caratterizzazione piu’ o meno esotica. Il club si chiama „Savezno udruženje svetskih putnika“, ossia „Associazione federale dei viaggiatori del mondo“. Fondata nel grigio autunno del 1999, l’associazione si propone come un’organizzazione culturale, come un luogo di incontro per i soci e per i visitatori provenienti dall’estero. Perche’ nella maggior parte dei casi i „viaggiatori del mondo“ serbi possono viaggiare solo con la fantasia.
francesca
on Marzo 12th, 2008 at 11:15
hai ragione quando dici che i serbi sono spaccati in due fazioni, da una parte gli europeisti e dall’altra gli ultra-nazionalisti, ed ora - anche dopo l’ultima notizia di una probabile alleanza tra il partito di kostunica e quello di nikolic alle elezioni di maggio - è davvero difficile immaginare il futuro della serbia.
è difficile anche perché noi non-serbi della serbia, spesso, conosciamo solo belgrado, con tutte le sue contraddizioni. come dici bene tu, belgrado è anche una città cosmopolita, aperta, vivace.
ma, come mi ripete sempre una mia amica serba, belgrado non è tutta la serbia. i problemi (e le contraddizioni) della serbia non stanno tutti a belgrado. questa è la grande incognita, che determina l’incertezza di ogni pronostico sull’imminente esito delle urne: come voteranno i serbi non di belgrado? e questa alleanza nikolic/kostunica mi preoccupa molto.
on Marzo 27th, 2008 at 10:40
Domanda all’autrice del blog:
per te la Serbia o è proeuropea (ergo-si infischia del Kosovo, meglio Ibiza) oppure è ultranazionalista (se solo minimamente ha a cuore il legame vero o presunto con quella terra, quelle persone, quella Storia,)?
Chi è che vede in bianco e nero?
Cosa ti distingue dai giornalisti propagandisti che volentieri critichi?
Quale è la tua alternativa? Vivere quì ed ora?
Non credi di essere a tua volta manipolata?
on Marzo 28th, 2008 at 12:40
Un ragionamento molto lucido!…
Anch’io sono preoccupata molto per l’alleanza tra Kostunica e Nikolic per cui rischiamo di nuovo un isolamento e regresso “evolutivo”. Purtroppo siamo probabilmente condannati a vivere in un “purgatorio”, divisi tra il desiderio di uscire al di fuori dei limiti del nostro paese e quello di rimanere chiusi, sempre vivendo il passato, mai pensando al futuro.