Il mercato dei fiori e gli anni novanta

E quindi cocavkeme minimo suonavi musica punk negli anni novanta…Lui si gira e mi fa: bhe’ che altro. E mi dice che gli autobus non li prende più da allora, da quando erano talmente malmessi che era una scommessa arrivare a destinazione e a volte anche uscirne tutti interi, da quando nei bus notturni era pacifico che si potesse fumare e dove loro, ragazzi, spesso si facevano dei gran cannoni nelle file più indietro. Ora no, mi rassicura, ora gli autobus sono molto meglio. Gli volevo quasi chiedere ma ti mancano quegli anni? Poi mi sono trattenuta perché mi sembrava sconveniente che potesse mancare il periodo più buio della Serbia. Eppure questi anni novanta tornano cosi’ spesso nei discorsi dei 30 40enni che qualche dubbio viene.. abbiamo imparato a farci la doccia con una bottiglia d’acqua, mi dice una mia amica, non avevamo niente e io so che non voglio più tornare a quella povertà. Pensa che quando andavi al bar prendevi un succo e dopo un’ora quello costava il doppio tanto correva l’inflazione, mi dice un altro amico, e io quando chiudevo il mio negozio buttavo via sacchetti pieni di dinari che ormai non valevano niente. L’attivista mi dice che negli anni novanta si respirava un’aria pesantissima, a belgrado giravano tantissimi militari e si sentiva la violenza, come se fosse sempre in agguato. Ma c’erano anche tanti che in guerra non sono voluti andarci e si imboscavano pur restando a Belgrado, dormivano da parenti e amici per non essere beccati dalla polizia militare.. E ancora parlando del solito gay pride e del solito dilemma se sia opportuno rifarlo o no..mi dicono sai sotto milosevic era molto chiaro: se avevi un problema con qualcuno ti bastava dire ecco lui è gay, e subito trovavi un mucchio di gente talmente frustrata e repressa pronta a sfogarsi per un nulla su uno/una sconosciuta.

Gli anni novanta sono ancora qui soprattutto per questa generazione a metà che se li è vissuti all’apice della propria giovinezza vivendo il passaggio da un mondo moderno ad un mondo underground. E ad ogni stanchezza ad ogni tono di voce più alto ad ogni macchina che ti intralcia nel traffico di Belgrado ecco l’incazzatura e quello sguardo un po’ esasperato che sembra dire “cazzo sono ancora in questa fogna”.

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Io intanto ho cambiato casa e sono andata in un quartiere vero piccole case con giardino, popolari, accanto ad uno dei mercati di Belgrado, uno degli ultimi mi dicono che non è stato mangiato dalla speculazione edilizia. Io mi sono innamorata della casa, una specie di weekendica che mi farà venire i reumatismi fra molto poco, ma anche del quartiere dove la gente si affaccia alle finestre e ti saluta, dove c’e’ un mercato che si chiama mercato dei fiori ma vende di tutto, dove ci sono mille negozi piccolissimi con la propria specializzazione, oltre al bar dietro casa dove si suona tutte le sere musica trash rigorosamente dal vivo.

Il mio padrone di casa è un restauratore di mobili e vive a Kotor in Montenegro la maggior parte del tempo. E’ un personaggio il mio padrone di casa di quelli istrionici, amico di tutti, seduttivo anche nei confronti del poliziotto con i denti marci che doveva registrare la mia presenza su suolo serbo e nella nuova casa, si aggira per la stazione di polizia (una catapecchia ovviamente) come se fosse di casa, fa dei commenti sulla disposizione delle stanze da’ dei consigli, ricorda com’era una volta… Il poliziotto con i denti marci invece si diverte molto con il mio passaporto perché sono molto in ritardo con la registrazione: 10 giorni rispetto alle 32 ore che dovrebbero passare. “Eeh non si può fare, non si può fare la legge dice 32 ore” ed io gli spiego che il mio padrone di casa era in Montenegro e come facevo io da sola? Lui allarga le braccia e mi fa candido “eh come dicono i vostri amici americani: mi dispiace”. Io alzo gli occhi al cielo.. poi dopo qualche scambio di battute, e dopo gli ho detto che sono giornalista, mi fa “va bene va bene, proprio perché avete riconosciuto il kosovo faremo per questa volta un’eccezione” e se la ride. Io alzo ancora gli occhi al cielo.

Il mio padrone di casa mi riempie di parole mi dice che devo solo essere felice e che ormai sono parte della famiglia, nel frattempo mi racconta tutta la sua vita per ribadire il concetto della famiglia. Poi incontriamo il vicino, si salutano, mi presenta e andando via mi dice che questo è un pazzo però è molto comodo, poiché è fissato con la sicurezza e ha riempito la via di telecamere e quindi posso stare tranquilla. Perfetto c’ho pure il vicino spione. “Sai – continua il padrone di casa – lui negli anni novanta aveva un bordello in questa strada. E ogni volta che tornavo da Londra mi raccontava tutto eccitato di questo fantastico ‘bar’ che aveva messo su. Poi fecero una retata e lui ha dovuto sposare in fretta e furia la sua donna, che lui diceva essere comunque solo la barista, perché altrimenti l’avrebbero deportata insieme alle sue colleghe ucraine. Mio fratello ha fatto da testimone”. Ma il vicino, spione, magnaccia alla fine è anche un eroe: una volta la loro madre aveva lasciato il gas acceso e la casa stava andando a fuoco. Il vicino si è gettato tra le fiamme prima dei pompieri prima di tutti e ha tirato fuori la nonna che stava per rimanerci. Rispetto per il vicino.

Il secondo giorno mi approccia la vicina dall’altro lato, questa vecchina minuta che mi ispira subito una grande tenerezza “Ti sei trasferita qui?” mi chiede annuisco compiacente e sorridente e penso già alle ricette che ci scambieremo, alle marmellate, alla sarma alle lunghe ore passate a parlare dei nipoti di fronte ad un caffe’ turco… ma il mio sogno si infrange contro il suo dito puntato e la sua seconda, tagliente, domanda: “quanto paghi?”. Per l’ennesima volta alzo gli occhi al cielo e penso ma in che fogna sono finita?

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