Riferimento a fatti o persone puramente causale

Non so cosa mi stia succedendo, mi sono messa a piangere di fronte al responsabile dell’ufficio visti. Lì in ambasciata. Ero andata per lamentarmi per quello che a mio parere era un disservizio dell’Ufficio e sono stata attaccata come un’arrogante che chiede un favore che loro potrebbero anche non farmi perché in fondo quello che chiedo è un visto per turismo e non per gravi problemi medici (insomma che questi bosniaci vogliano anche fare vacanze in Europa è inaudito!).

Sono due settimane che mi informo per capire cosa ci vuole per far avere il visto per l’Italia ad una mia amica. Prima faccio l’invito io poi sembra meglio che lo faccia mia madre, mia madre esegue sbagliando un paio di volte e mandando il fax un paio di volte. Io chiamo venti volte chiedendo tutto: seil fax è arrivato, quali sono i documenti, cosa devo fare io e ogni volta il tizio dell’Ufficio Visti mi dice alcune cose, ma non tutte. Non so, forse pensa che sia tutto così evidente che non c’è bisogno neanche di dirlo, quindi si perde altro tempo perché la mia amica che ne sa molto di più, essendo abituata ai visti, mi chiede altre informazioni che non mi hanno dato.

All’agenzia le dicono che la prenotazione dell’aereo si può fare solo con il visto, all’ufficio visti vogliono la prenotazione, allora si trova un’altra amica che lavora per un’agenzia e le fa la prenotazione. E’ tutto pronto ma si scopre che il venerdì mattina l’ufficio visti è chiuso, io mi sento al solito una cogliona non le so queste cose, ma di fronte al consolato così c’è scritto.

Il lunedì la mia amica mi chiama disperata: ha consegnato i documenti ma la signora le ha risposto malamente che il visto sarà pronto fra una settimana: quando la partenza del volo è tra tre giorni, mi incazzo perchè stavo facendo la mia opera di richiesta da una settimana prima e mi sento una cittadina lesa nei propri diritti. Sono andata all’ambasciata a farmi valere. Il tizio, appena arrivato, giovane e sicuro di sè, mi fa capire che non il visto non è un servizio, ma una graziosa concessione.

Per nulla intimorito, mi tratta come una stronza che chiede raccomandazioni, che, insomma mi dice, la mia visita gli sembra una mancanza di rispetto del lavoro dell’ufficio, “noi - dice - siamo velocissimi rispetto a tanti altri diamo il visto in sette giorni quando sarebbero dieci di norma”. “Non ci arriva mica una richiesta di visto al giorno, eh!”. “Certo io pensavo che lei chiamasse dall’Italia, la sua amica certo avrà il visto ma insomma, dice il giovane burocrate, la signora poteva farlo presente allo sportello invece di mandare lei a fare pressione”. Io ho risposto che in realtà mi risultava che era stato fatto presente e che anzi si era sentita rispondere in maniera sgarbata, pensando ingenuamente che gli sarebbe dispiaciuto che una persona che già deve chiedere un visto per viaggiare deve anche sentirsi trattata male. Il tizio non cambia espressione perchè gli hanno insegnato probabilmente a non cambiarla, ma si può notare un impercettibile irrigidimento della mascella che preannuncia tempesta. “Senta - mi fa - facciamo finta di non aver sentito questa cosa, perchè sennò io mi prendo tutti i giorni che mi sono consentiti e il visto sarà pronto rta una settimana”. Sento il brivido della minaccia lungo la schiena. Questo qui poteva decidere in pochi secondi se fare partire la mia amica o meno e dipendeva da quanto ero compiacente e dispiaciuta io e comunque quanto assecondavo il suo ragionamento, umore o che cazzo era. Oltretutto non mi potevo neanche incazzare perchè non era una cosa che avrebbe influito sulla mia vita ma su quella di un’altra persona. Niente mi è venuto da piangere. Mi sono vergognata come una ladra ma non riuscivo a smettere.

Quello continuava a parlare come una macchinetta e che qui si tentava di capovolgere il tutto che “noi” avevamo torto marcio e che il visto si fa in sette giorni e che nessuno al mondo lo fa così velocemente e che non può venire la mia amica con quell’aria spocchiosa (che poi si è ricordato anche di averla vista in fila e che aveva un’aria “spocchiosa”) e volere il visto oggi per ieri. Ingoiando lacrime ho cercato di fare presente con la calma che potevo che il mio era un tentativo di passare una sensazione di chi sta dall’altra parte del vetro, persone, non certo una accusa dell’ottimo lavoro dell’ufficio e che comunque in tutte quelle telefonate che gli ho fatto la settimana scorsa mi avrebbe potuto aiutare un tassellino in più dicendomi che il tempo medio del visto era sette giorni. Lì di nuovo impercettibile irrigidimento della mascella, e di nuovo la sottile minaccia di prendersi tutti i giorni che la legge gli consente, che lui non si poteva ricordare a memoria se me l’aveva detto o no (dandomi così a gratis della bugiarda) e che comunque era buon senso chiedere il visto in anticipo. Cazzo ho fatto un altro errore e di nuovo le lacrime che sgorgano a fiumi… perchè non posso mandarlo a fanculo è terribile una sensazione mai provata prima.

E questo che non si capacitava perchè la prendessi così male, e mi diceva, ma mi faccia capire perchè mi dispiace che a questo punto anch’io personalmente possa essere accusato di trattare male (non si preoccupava per me ma per se stesso ovviamente), io ho pensato che fare stare zitta o no ho pensato, magari capisce, avrà studiato, capirà cosa vuol dire avere potere o no. Gli ho spiegato che mi sentivo trattata male semplicemente perchè lui stava esercitando un potere su di me, che da una sua decisione dipendeva la vita di qualcun altro e per interposta persona anche mia. “Ah no - dice indignato - io veramente la sto favorendo, si ricordi, perchè la persona prima e la persona dopo della sua amica potrebbero chiedermi perchè io ho il visto in sette giorni e lei in tre?”. Niente fra me e la burocrazia non c’è possibilità di comunicazione. Il visto ci sarà prima della partenza dell’aereo, ma questo post lo pubblicherò solo dopo che l’aereo sarà partito. Con la mia amica sopra.

P.S. Ho raccontato un po’ a tutti questo episodio e se le reazioni degli internazionali erano indignate, i bosniaci (ma anche serbi o macedoni o chiunque non abbia libertà di movimento in Europa) mi guardavano con un certa tenerezza, come una che ha appena scoperto una cosa ovvia, e mi rispondevano tutti nella stessa identica maniera: immagina quello che dobbiamo subire noi.

p.p.s. Si precisa che questo è un racconto di pura fantasia ed eventuali riferimenti a fatti o persone realmente esistiti è puramente casuale.

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