Albania

E’ una ragazza dal volto duro. E’ adolescente, tornata al mondo circa diciotto anni fa. E’ accovacciata sulla sommità tonda del ventre armato in cui ha vissuto prigioniera spiando il mondo da una feritoia a forma di televisione. Si guarda intorno, si chiede in che cosa valga la pena credere adesso. Il suo nome è Albania.

Incontro Albania ad ogni tornante delle strade di polvere che percorrono il sud. La radio non sa decidersi, oscilla tra due stazioni perché ad ogni curva si perde la sintonia. Canzone italiana, canzone greca, canzone italiana, canzone greca. Albania ascolta, ma l’intermittenza delle sorgenti, l’incostanza dei campi di riferimento non sembrano turbarla. Anzi, mi pare di cogliere in lei una segreta jouissance, un compiacersi della ridondanza e del rumore che le giungono ai sensi.

La capisco, credo. E’ la fascinazione irresistibile del nuovo, di quello che fino a poco fa era soggetto a rimozione, ignorato, censurato. Il suo è stato un ritorno al mondo, dopo decenni passati come corpo maturo rinchiuso dentro un ventre angusto. Un grembo paterno, buio, cinto di filo spinato. Unico battito percepibile, i rintocchi sordi del megafono del potere. Ha avuto un padre difficile, Albania. Un padre non genitore, che s’è preso cura di lei come neanche mille madri apprensive. Soffocandola. Richiudendola dentro il bunker dell’oppressione e della paranoia.

Oggi Albania ha ripreso a crescere. La maturità verso cui tende si chiama modernità. La compagnia che cerca - e da cui viene cercata - si chiama globalizzazione. Tutto lascia intendere che ce la farà nonostante il suo difficile passato. Ma i black-out, le buche sulle strade e le interruzioni della fornitura dell’acqua sono notizie della fragilità della modernità raggiunta.

Albania ha vissuto segregata. Non che durante la sua prigionia non abbia lanciato il suo sguardo oltre. Ma ha potuto farlo soltanto da voyeur, di nascosto, attraverso la televisione. E oggi c’è un baule pieno di ricordi sbiaditi, immagini residue impresse sulla retina collettiva. Sono le eco dei suoni e i riflessi delle luci del varietà italiano. Albania terra di Al Bano, formalina della nostra cultura nazional-popolare, specchio opaco di quello che fummo e che siamo.

Il corpo di Albania cresce a vista d’occhio. Pugno in un occhio. Cantieri infiniti, ossa di case, colli tesi di calcestruzzi che scrutano il mare. Saranda è delirio abusivista, i mostri affollano la costa facendosi spazio a gomitate. Ad ogni edificio incompleto fa la guardia un pupazzo o una bambolina, appesi per il collo a uno dei piloni. Novità degli ultimi anni, il feticcio è lì per tenere lontani gli spiriti maligni. Spaventandoli, probabilmente. E dopo aver visitato il sito di Butrint, poco più a sud, le case in costruzione ti sembrano bruttecopie di quelle splendide rovine romane. Ma tutto intorno la natura trionfa di bellezza sovraesposta. Montagne chiare, quasi bianche, e mare azzurro, quasi piscina.

Albania guida una Mercedes. Qui sono migliaia, dicono più che in Germania. Non dovrebbero esserci, forse perché rubate, sicuramente perché troppo lussuose rispetto alla scenografia in cui si muovono. Le strade non sono all’altezza delle auto che le percorrono. Le buche lussano le sospensioni, la ghiaia sbianca le carrozzerie. Una volta i gentiluomini con le scarpe impolverate si sedevano dal lustrascarpe. Oggi le auto si accomodano nel lavazho, a rifarsi il trucco. Di questi autolavaggi improvvisati ce ne sono a decine, lungo la strada.

La memoria di Albania soffre di amnesia ufficiale. Gli anni del regime sono stati rimossi, la superficie liberata ricoperta di pubblicità. Lenin e Stalin, giganti di bronzo, stanno in dignitosa attesa dimenticati nel retro di un centro culturale. La testa del primo è avvolta in un lugubre lenzuolo bianco. L’unica fotografia del volto del padre-padrone di Albania, invece, l’ho trovata nel Museo Nazionale. E’ piccola, si confonde con le fotografie degli altri partigiani. Ironico, a pensare che l’intero museo, una volta, era tempio della sua immagine e galleria delle sue gesta. Oggi, l’epopea del leader giace in disgrazia, e la targa “Genocidio comunista” (così si chiama la sezione del museo dedicata alla dittatura) le fa da lapide.

Forse Albania assomigliava a Corea del Nord, altra area nera nella mappa delle reti luminose che avvolgono il mondo globalizzato, altra isola infelice e anacronistica nel mare delle comunicazioni planetarie. Ci sono due dettagli odierni che mi hanno fatto pensare alla Corea disegnata e raccontata da Guy Delisle. Il primo è che all’entrata del Museo mi viene detto di tenere il biglietto ben visibile in mano durante tutta la visita. Cosa che puntualmente non faccio. Il secondo sono le donne con la testa infazzolettata che spazzano le strade pubbliche con scope di saggina. Queste, ne sono sicuro, esistono anche a Pyongyang.

Albania è esotica suo malgrado. Nel suo centro, Tirana, la tensione tra il passato monocolore e il presente caleidoscopico assume forme fantascientifiche. Alle spalle del Museo campeggia la UFO University. Che fa da contrappeso alla piramide spaziale - all’altra estremità del bulevar - monumento involontario alla storia recente di Albania. Costruita durante la dittatura, ne testimonia l’ipertrofia. Il suo essere ancora in piedi ci ricorda che tutte le altre piramidi, grande inganno finanziario cicatrice della transizione, sono crollate impietosamente. Infine, l’essere oggi sede del canale tv Top Channel ci riconsegna al rassicurante tepore artificiale del mondo libero.

Un simile destino è toccato al blok. Allora città proibita, quartier-generale del potere, oggi città aperta, quartiere-locale del tempo libero. Prima era un luogo in cui ad Albania era vietato entrare, oggi Albania ci va per uscire. Quella che fu la casa del padre adesso ospita un caffé-bar.

Lo straniamento prosegue anche fuori dal centro. Tirana è città arlecchino, un sindaco-artista ha fatto colorare case e palazzi. Pare che un’armata di giganti bambini abbia riempito i contorni del grigiore con enormi pennarelli colorati.

In piazza Skenderbeg, non lontano dal Museo, c’è la più antica moschea di Albania. I templi - qualunque sia la loro forma - sono così rari, qui, che paiono presenze aliene. Sono razzi i minareti e i campanili. Ovunque altrove nei Balcani la religione è fatto pubblico e politico. Qui è sentimento rarefatto, sopito, smorzato. Mi chiedo un po’ preoccupato: quale forza occupa, nel cuore di Albania, il posto lasciato libero dalla religione? Mi rispondo che non lo so, ma che sarebbe saggio scoprirlo.

Albania parla una lingua rara. Lontana da tutte le altre, figlia unica nella famiglia indoeuropea, non c’è altra lingua che aiuti a comprenderla. Eppure contiene quasi tutti i suoni che è possibile udire nel continente europeo. Ostica verso chi se ne vuole appropriare, generosa verso chi da lei parte per fare proprie altre lingue. Con l’italiano, in particolare, la lingua di Albania intrattiene un rapporto speciale. Molti lo parlano, tutti lo capiscono. E’ “dono” dell’imperialismo, militare e mediatico. Ma il legame è biunivoco, scrive Kadaré: Albania possiede una inspiegabile istintività nell’apprendere l’italiano, una facilità che ha origini ancestrali, irreperibili nei libri di storia.

Esperienza curiosa, essere italiano con Albania. Essere Italiano a Valona, da dove partivano verso l’Italia le arche di Noè in fuga dal diluvio del collasso economico. E dove la costa è ancora oggi pattugliata dagli scafi grigi della Guardia di finanza. Essere italiano con chi parla come te ma in Italia, magari, non c’è mai stato. Essere italiano con il privilegio di un passaporto italiano in un paese i cui confini, per chi ci abita, è difficilissimo varcare.

Albania è giovane ma già ti insegna. E qualche volta sgrida. Sa essere scontrosa, e di sicuro non ti si regala. Ma a lei, come a tutti, fa sempre piacere quando la si va a trovare.

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