Gavrilo Princip tra detrattori e apologeti

La mattina del 28 giugno, 94 anni fa, Gavrilo Princip di fronte al Ponte Latino guarda la macchina che arriva diritta e inaspettata verso di lui. Ha probabilmente lo stesso sguardo spaesato e terrorizzato di quando viene scattata la fotografia che lo rende famoso. Mingherlino e pallido. Alexandar Hemon lo descrive con un scarsa peluria sopra il labbro e delle occhiaie cerchiate di nero. Lo immagina poco prima del fattaccio, stringere con una mano tremante e sudata la pistola nella tasca, un rigolo di urina colargli lungo la coscia.

Su quanto l’omicidio di Francesco Ferdinando sia stata la miccia scatenante della prima guerra mondiale si discute da più o meno un secolo, lo stesso sui rapporti che legavano le grandi potenze all’epoca, sulle responsabilità della Serbia nell’attentato come su quella della Germania nell’innescare la catena di eventi. Tutto ciò probabilmente poco ha a che fare con la storia di Sarajevo e degli attentatori.

Gavrilo era un serbo bosniaco, nativo di Bosansko Grahovo, aveva studiato a Sarajevo e Tuzla e in seguito si era trasferito a Belgrado, dove era entrato a far parte di Crna Ruka (Mano nera) e in seguito di Mlada Bosna (Giovane Bosnia). Si trattava di organizzazioni più o meno cospirative, più o meno segrete, più o meno terroriste. I partecipanti di Mlada Bosna si richiamavano a un ideale jugoslavo, all’unione degli slavi del sud e alla liberazione dal giogo del dominio austro-ungarico. La scelta di sparare all’erede al trono non era casuale. Già il nonno Francesco Giuseppe era stato obiettivo di un tentato attacco del 1911. Tuttavia con Francesco Ferdinando era un po’ diverso. Se non altro perchè questi si era speso, almeno in termini di promesse, in favore di un compromesso con la componente slava dell’Impero austro-ungarico, il che avrebbe portato alla creazione di una corona tripartita. Si trattava di un espediente per tamponare il crescente nazionalismo slavo, sull’esempio di quello che era accaduto con quello ungherese nel 1867. Per molti nazionalisti dell’epoca la Serbia poteva agire come un “Piemonte jugoslavo”; Belgrado ricambiava questa attitudine, finanziava e aiutava logisticamente.

Finchè la mattina del 28 giugno sette giovani sprovveduti arrivano a Sarajevo armati di bombe a mano e pistole, e di una fialetta di cianuro per suicidarsi in caso venissero arrestati. Si collocano in diverse posizioni sulla strada che percorrerà la carrozza dell’arciduca. Il primo, Nedeljiko Čabrinović, tira una bomba a mano, manca l’obiettivo, ingoia la sua fiala di cianuro, si getta nella Miljačka, ma nonostante questo non muore e viene pescato e arrestato dalla polizia. Lo studente diciottenne Gavrilo pensa probabilmente che è andata così e se ne sta tornando alla taverna da dove è venuto, forse ne è felice o forse deluso, forse non ha nemmeno tempo di pensarci perchè si trova davanti la macchina con a bordo arciduca e arciduchessa. Questa, per una strana coincidenza ha variato il suo tragitto e, dopo aver dato occasione a Francesco Ferdinando di lamentrasi con il sindaco di Sarajevo dell’accoglienza ricevuta, è diretta all’ospedale per far visita ai feriti del precedente attentato. Gavrilo esplode due colpi di pistola e uccide marito e moglie. Ingoia il veleno e cerca di spararsi alla testa, ma il veleno non fa effetto (c’è da credere che non fosse di ottima qualità) e qualcuno ferma la sua mano. Viene arrestato e condannato a 20 anni (non alla pena di morte in quanto minorenne) che sconta nel carcere di Terezin dove muore nel 1918 un po’ di tubercolosi, un po’ per i pestaggi ricevuti durante la sua detenzione.

Gavrilo Princip e i suoi amici sono dei rivoluzionari ottocenteschi, non molto diversi da quelli che nei romanzi di Andrić si infervorano a parlare di politica nelle notti d’estate sul ponte sulla Drina. Sono impregnati di ideali romantici e sono disposti a morire per la causa; alcuni di loro sono affetti da una grave forma di tubercolosi e forse anche le loro precarie condizioni di salute influiscono sulla loro decisione. Si inseriscono in una lunga scia di attentati a regnanti e capi di stato. Lanciano dei proclami intrisi di retorica risorgimentale. Sono attori di un’epoca che contribuiscono a far finire.

Nonostante questo tutti i poteri che si sono succeduti in Jugoslavia hanno scomodato il povero Gavrilo (e i suoi colleghi), per elogiarlo o vituperarlo; ed egli, a fasi alterne, è stato terrorista o martire per la libertà. Così il regno dei Serbi, Croati e Sloveni trasforma gli attentatori del 28 giugno in eroi nazionali e dedica loro un monumento funebre commemorativo, che verrà distrutto durante l’occupazione ustaša della Bosnia. Come ricorda il caro Eric Gobetti in un suo libro, durante la seconda guerra mondiale Gavrilo Princip viene conteso sia dai partigiani che dai četnici ed entrambi danno il suo nome a battaglioni e distaccamenti; il primi vedono in lui il rivoluzionario in lotta contro l’occupante austriaco, i secondi il nazionalista serbo. L’ottantenne madre di Gavrilo si dichiara tuttavia antipartigiana e afferma che se il figlio fosse stato ancora vivo avrebbe combattuto con i četnici. Ma vince la guerra il Gavrilo rivoluzionario e in questi panni viene ricordato durante il socialismo quando viene dedicato lui un museo e il ponte Latino prende il suo nome. Poi, durante l’ultima guerra, Gavrilo Princip torna nuovamente in prima linea, viene assoldato dagli assedianti serbi di Sarajevo e alla fine del conflitto si trova etichettato come un terrorista, spodestato dal suo ponte e dal suo museo (ridedicato a Francesco Ferdinando), persino dalle sue impronte che erano incise nel cemento nel luogo dal quale aveva sparato.

Chi doveva dirglielo che un secolo dopo si sarebbe ancora parlato così ardentemente di lui!? E che ancora nel 2008 rappresenta una questione politica aperta. Tanto che qualche giorno fa il premier del cantone Sarajevo Samir Silajdžić ha affermato che Gavrilo Princip è stato un terrorista e non un eroe nazionale e che considera immorale celebrare chi ha distrutto le vite di milioni di persone. Certo una delle questioni più scottanti per la vita politica dell’attuale Bosnia Erzegovina….. Per fortuna va segnalato che alcune voci si sono alzate per dire quanto sia astorico (oltre che ridicolo) un simile giudizio. Anche Šešelj ha di recente tirato in ballo Gavrilo: considerandolo un combattente per la nazione serba, ha paragonato a lui l’assassino di Zoran Đinđić. Sulla natura del paragone non è necessario soffermarsi ulteriormente. Così, durante i giorni più caldi di Belgrado, dopo l’indipendenza del Kosovo, le bombe che vengono messe davanti al centro commerciale Mercator sono rivendicate da una presunta associazione dal nome Mlada Bosna, secondo la quale l’indipendenza del Kosovo e il suo distacco dalla Serbia potrebbero provocare una terza guerra mondiale, come l’annessione austriaca della Bosnia Erzegovina era stata la causa della prima.

Come mi è già capitato diverse volte, osservo spesso da parte degli attuali attori un rapporto attivo con la memoria del passato, privo di prospettiva storica, terreno di coltura delle politiche nazionaliste. La storia agisce con forza sul presente, ne è alle volte causa, alle volte conseguenza. Le distanze si annullano, il passato assume i significati politici del presente. Forse Gavrilo Princip se ne va ancora in giro per le strade di Sarajevo, ma è un po’ stanco e stufo. Quasi 100 anni che qualcuno lo tira sempre per la giacca.

francesca

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